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Padova - Elaborazione episodio di Nordest Film Una mattina mi sono svegliata con la certezza che qualcuno mi avesse fatto visita. Qualcuno era venuto a trovarmi. Qualcuno mi aveva preso per mano e guidata. Il sogno era stato chiaro e definito. Porta Savonarola, la mia guida aveva bussato e la porta si era aperta, Corso Milano, Via Filiberto. Eravamo entrati in un vecchio palazzo completamente ristrutturato, un ascensore, porte che si aprivano. Man mano che camminavamo sentivo aumentare una sensazione di freddo e di vuoto. Poi ci siamo fermati, quasi per darmi il tempo di guardarmi attorno e di memoriozzare quello che sembrava una sala d'attesa di un importante Ufficio. Poi abbiamo ripreso a camminare, di nuovo in movimento, un corridoio, un'altra stanza. L'oscurità. Ricordo solo l'oscurità, profonda e infinita di quella stanza. E un senso di angoscia che mi ha assalito prepotente e istantaneo. Il sogno è durato fino al limite della mia sopportazione, un paio di secondi, poi si è chiuso. Come per proteggermi da quell'oscurità che stava per entrare in profondità dentro di me. Ho avuto chiaro fin da subito dove ero stata condotta. Quel luogo rappresentava qualcosa nella città. Un punto vitale, un punto energetico, un chakra. Che invece di produrre e distribuire energie positive, si era chiuso ed era diventato un buco nero, dei sogni, delle speranze, della gioia e della bellezza della città stessa. Ma la domanda che mi ponevo era: "Perchè a me?" " Cosa mi si chiedeva di fare?" Non sono che una ragazza schiva e solitaria, incerta e precaria. Precaria nei sentimenti, nella vita, nelle relazioni, nei sogni. Ho lasciato passare qualche giorno. Poi mi sono decisa. Ho rifatto il percorso del sogno. Porta Savonarola, regolarmente chiusa, Corso Milano e Via Filiberto. Ho ritrovato il portone del vecchio edificio, un ascensore, un solo pulsante all'interno, una sala d'attesa. Una segretaria elegante e formale mi ha chiesto: "E' qui per presentare la domanda d'assunzione?" Non sapevo cosa rispondere e la mia esitazione è stata interpretata come risposta affermativa. La segretaria mi ha consegnato un modulo e mi ha chiesto di compilarlo e riconsegnarlo. Mi ha poi congedato dicendomi: "Le faremo sapere nel giro di una settimana". Ecco fatto! Avevo solo iniziato a rispondere al mio sogno. Mi ero quasi dimenticata del colloquio, presa dallo studio, quando ho ricevuto una lettera. Era una convocazione per un colloquio di lavoro. Nella lettera di convocazione, oltre alla data e l'ora, si diceva che il colloquio sarebbe stato filmato. Avrei dovuto firmare una liberatoria per le riprese, per consentire alla società di utilizzarle come meglio credeva, per analizzare la mia personalità, ai fini dell'assunzione, o per fini pubblicitari, promozionali e commerciali. L'accettazione di queste condizioni, ripresa video e firma della liberatoria, erano condizioni indispensabili e necessarie per accedere al colloquio e alla selezione del personale. A questo punto avevo maturato una certezza. Da sola non ce l'avrei fatta. Avevo bisogno di aiuto. Certo al colloquio non potevo che andare da sola. E reggere l'oscurità, guardarla negli occhi, sarebbe stato compito mio. Esclusivamente mio. Ma qualcuno avrebbe potuto aiutarmi. Che fare? Ho pensato che qualcuno avrebbe dovuto sostenermi. Ho messo un annuncio in un forum online. Semplice e ingenuo. "Cerco sostegno, cerco persone capaci di irradiare speranza, luce e bellezza" Avrei scommesso che sarebbe stato inutile. Che il mio annuncio sarebbe stato considerato assurdo o idiota. Avevo elaborato un piano semplice. Avevo realizzato una mappa dettagliata della zona dove avrei dovuto svolgere il colloquio. L'idea era di costruire intorno a quel punto un cerchio di sostenitori, che irradiassero luce, gioia e bellezza nel momento in cui avrei sostenuto il colloquio, nel momento in cui avrei dovuto confrontarmi con l'oscurità. Le risposte arrivarono. Lentamente, con costanza, con precisione. Ricevetti 40 mail di risposta al mio annuncio. Tutte semplicemente mi chiedevano il giorno, l'ora e il luogo in cui avrebbero dovuto trovarsi. Come se già sapessero. Come se avessero aspettato la mia lettera e sapessero che dovevano e potevano aiutarmi. A ciascuno inviai una descrizione semplice del mio sogno, della mia interpretazione, della data, dell'ora e del luogo del colloquio. Ad ognuno inviai una mappa con evidenziato il punto in cui avrebbe dovuto trovarsi. Tutti mi confermarono la loro disponibilità e mi assicurarono il loro aiuto e il loro sostegno. Quello che segue è il racconto di quanto accade il 10 agosto. Giorno del colloquio. Altre forze erano sicuramente in gioco. Altri elementi che io sicuramente non conoscevo. Ma mi immaginavo al colloquio, mi immaginavo la città, la mappa della città, la mia luce al colloquio, circondata da un fascio di luce che si irradiava dal cerchio dei sostenitori. Una bella sensazione. Una bella sfida. Mi sono svegliata presto, quella mattina. Confidavo in un altro sogno. Che mi infondesse coraggio e che mi desse ulteriori informazioni. Sono rimasta a letto in un incerto dormiveglia. Poi mi sono alzata. Avevo preparato la sera prima, puliti e stirati accuratamente, un paio di jeans, non troppo aderenti e una camicetta bianca. Una doccia, una veloce colazione e poi sono uscita. Ho rifatto il percorso. Da porta Savonarola alla sala d'attesa. Entrando nel portone dell'edificio ho incrociato una persona, una giovane donna, che mi ha sorriso dolcemente. Come se sapesse esattamente dove stavo andando e quale fosse il mio compito. Una dolcezza mista a una profonda consapevolezza e a un pizzico di malinconia. Come se sapesse che quello che avrei fatto mi avrebbe cambiato e avrebbe lasciato un segno indelebile. Come se volesse farmi capire che quel confronto che mi attendeva non poteva lasciarmi indifferente. Una segretaria, formale ed elegante, diversa, mi ha chiesto di accomodarmi e aspettare. Anche lei sorrideva. Ma con un sorriso diverso. Come se volesse dirmi: "Non sai cosa ti aspetta" "Non lo puoi immaginare!" L'ora della scelta è vicina. Il momento in cui dovrai schierarti e decidere da che parte stare. E contribuire ad aumentare quel vuoto e quell'oscurità o arrenderti al dolore e all'angoscia e cedere e ritirarti, indietreggiare, accettare la resa. Ho abbassato lo sguardo. Non era ancora il momento. "Prego Signorina" Mi sono alzata e mi sono diretta verso la porta che mi veniva indicata. Sapevo che c'era un piccolo corridoio da percorrere. Lo ricordavo chiaramente. Poi l'ultima porta. L'ho aperta. Sono entrata. Una stanza semplice ma elegante. Una sedia, illuminata da una coppia di faretti, una telecamera posizionata davanti a questa sedia, una ragazza, elegante e formale, seduta su un'altra sedia che mi chiedeva di accomodarmi. Con calma e pazienza. Con precisione e con cura ai dettagli mi ha riformulato le condizioni del colloquio e mi ha chiesto di firmare la liberatoria. Le immagini del mio colloquio, le mie risposte, sarebbero state filmate e avrebbero potuto essere utilizzate anche per fini commerciali e promozionali dalla società che mi stava selezionando. Le domande avrebbero spaziato da semplici domande formali a domande personali. Mi impegnavo a rispondere a tutte. Capivo ora dove si sarebbe combattuto la vera battaglia. Dove e come sarei stata messa alla prova. Solo con la verità, con la trasparenza, con la massima autenticità avrei potuto uscirne viva. Avrei potuto sorreggere la mia città. Avrei potuto portare una pallida luce nell'oscurità più completa che mi circondava. E le domande arrivarono. Semplici e formali le prime, taglienti e profonde le successive. Fatte per arrivare in profondità. Per colpire. Per scalfire. Per saggiare. Per far mentire. Questo mi si chiedeva. Di mentire. Di fingere. Di dissimulare. Formale e distante. Impassibile la mia interlocutrice sapeva di ferire, ma mostrava indifferenza e distacco. Come la telecamera che riprendeva ogni mia esitazione, ogni mia incertezza, ogni mia risposta. "Sei eterosessuale o omosessuale?" "Hai avuto dei rapporti sessuali completi?" Quando è stato l'ultimo?" "Puoi descriverlo?" "Quali sono i tuoi sogni e desideri ricorrenti?" "Cosa pensi della società in cui vivi?" "Sei soddisfatta di te stessa?" "Cosa vorresti fare nella vita?" E altre domande che non riesco a ripetere. Che si sono conficcate in profondità. A cui ho risposto con lucidità, con onestà, con autenticità. Ma che mi hanno comunque segnato e marchiato. Che devo ancora elaborare. Che non riuscirò a dimenticare. Ma che dovrò con compassione sorreggere e custodire. Mi sentivo svuotata. Non ero caduta nella loro trappola. Ma ero esausta. E non potevo non esserlo. Frastornata. Ancora più incerta, più frammentata, più indecisa. Viva ma ridotta allo stremo. Non ero riuscita a portare che un pizzico di autenticità. Che si perdeva in un mare di menzogne e falsità. Non ero riuscita a inondare di luce quel luogo. Ero solo riuscita a non aumentare l'oscurità che c'era. Svuotata e nuda sono uscita dal colloquio. Con la convinzione di dover ora prendermi cura delle ferite aperte. E solo allora ho sentito. Ho sentito il sostegno. Solo ora poteva arrivare. Solo ora aveva un senso. Solo nel sorreggermi dopo la prova. Solo nel consolarmi dopo esser stata ferita. Ho pianto. Un pianto liberatorio e profondo. E ho sentito la luce. L'ho vista. In parte l'ho accesa. Solo il tempo del pianto. Abbastanza per comprenderne l'intensità e per non dimenticarla. Per saperla riconoscere e per evocarla. Abbastanza.
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