Foresta

di Benedek Fliegauf

(Rengenteg, Ungheria, 2003, col., 89')

 

Ci sono oggi delle linee stilistiche che sono comuni ad alcuni registi e alle loro opere. Non ho ancora compreso dove stiano portando e perchè al loro interno i registi cerchino delle forze liminali visive.

"Foresta" di Benedek Fliegauf è uno di questi lavori. Un'opera che cerca in questa direzione. La macchina da presa è "monouso", ha il solo compito di riprendere dei primi piani. O primissimi piani (Extreme close-ups).

Non sono dei primi piani frontali. Vale la pena metterlo in evidenza. Sono dei primi piani laterali, indiretti, non puliti, sporchi. Dove ci stanno portando questi lavori? Qual'è la traccia nascosta che vorrebbero portarci a sfiorare o intravvedere? E' un percorso che parte da lontano e sembra non essere ancora approdato ad un traguardo, ad una meta. Inseguendo una traccia che forse anche per il regista è solo percepita ma non definita integralmente.

Wim Wenders, regista e fotografo degli spazi aperti e ampi, infiniti, incommensurabili, sulla scia di alcuni lavori di Antonioni non apprezzerebbe questo genere di lavori che portano, come ha già notato qualcuno, quasi ad una sensazione di claustrofobia. Li liquiderebbe semplicemente definendoli come una radicalizzazione di quella che è un' "estetica televisiva". Dove prevalgono i primi piani perchè non c'è un paesaggio un background visivo alle spalle dell'attore.

Il Lars Von Trier delle "Onde del destino" invece apprezzerebbe "Foresta" come proseguimento e radicalizzazione del lavoro iniziato prendendo la videocamera in mano e seguendo la scena a costo di risultare inguardabile o di provocare reazioni visive devastanti fino alla non guardabilità assoluta. O ad una senzasione straniante e dilaniante, insopportabile e dolente.

L'altro elemento portante di "Foresta" è la frammentazione della narrazione. Il film è diviso in episodi, collegati poi tra loro dalla scena iniziale e da quella finale e da altri sotttili collegamenti interni. Ma è comunque un film frammentato. Non ha il grande respiro di una narrazione romanzesca o letteraria. In questo si allontana dall'opera di Lars Von Triers.

La domanda che mi pongo dopo aver visto "Foresta" é:

C'è un limite per la videocamera all'avvicinarsi agli attori?

E questo limite, come tutte le frontiere, si stà inesorabilmente spostando e l'estetica del primo piano ha ancora spazio per consentire un ulteriore e sensato avvicinamento?

Che senso ha questo avvicinamento? Perchè ci si avvicina sempre di più al viso degli attori? Si segue il loro sguardo e i movimenti anche quelli più impercettibili del viso? Da notare che il corpo in questo film è assolutamente assente. La corporeità degli attori è assente.

E' solo per supplire ad un conformismo che ci impedisce nella quotidianità di fissare un persona? Di fissare il viso di un estraneo? Di fissare il suo corpo? E' solo per ovviare al "bisogno di guardare da vicino e con intensità" che la quotidianità e le regole del buon costume ci inpediscono?

"Foresta" ci obbliga a fissare. Questo film ci obbliga a fissare con radicalità e ostinazione gli attori e la loro anima.

No!

Non mi pare che sia questa la finalità del regista. Non c'è ostinazione e insistenza. Anzi c'è una sorta di distacco della videocamera. C'è un'impassibilità che non ammette un avanzamento o un allontanamento colpevole. Una posizione definita che non avanza e non arretra. C'è solo la definizione di un nuovo standard di avvicinamento senza la passionalità dell'invasione.

C'è un'oggettività in questo sguardo. Non è una soggettiva, tipica invece delle riprese e del modello pornografico dove la soggettività delle riprese è elemento essenziale e determinante e l'avvicinamento è un'invasione voluta e accettata, indeterminata ma personale, radicale e violenta a tratti o per lo meno, se non violenta, sorprendente, che mira a sorprendere e che si lascia sorprendere dalle capacità visive delle videocamera.

Tutto questo in "Foresta" non c'è!

C'è, ripeto, uno sguardo e una ripresa oggettiva. Vicina, vicinissima ma oggettiva.

Certo è che dopo aver visto "Foresta" la visione di un altro film tradizionale sembra straniante. Ci manca la vicinanza a cui questo film ci ha abituato. Ci sembra che gli attori siano lontani e non vicini, accessibili, nostri, a portata di sguardo.

"Basic Film", un videolavoro che sto montando, condivide con "Foresta" alcune traiettorie. E' un lavoro fatto esclusivamente di primi piani o primissimi piani. Non ci sono dialoghi ma solo monologhi. E non c'è una cornice entro cui posizionarli.

Ma l'estetica visiva è completamente diversa. Le riprese in "Basic Film" ricercano la corporeità degli attori. E le riprese mettono in evidenza una soggettività dello sguardo. I dialoghi sono anche in questo caso solo sorprendenti.

www.basicfilm.org

Mi fermo. Mi sembra di non esser arrivato da nessuna parte...

"Foresta" è un film che si Ri-guarda volentieri. Alla ricerca di particolari che si erano persi nella prima visione. I dialoghi sono solo provocanti e inusuali. Ma sembrano non voler portare a nessuna riflessione. Semplici fatti di cronaca di cui non si può che prendere atto.

Attuali, coinvolgenti, sorprendenti, certo. Ma niente di più.

Non c'è il tempo di vederli crescere e maturare. Sono delle istantanee.

 

Elementi ricavati da altre recensioni:

- The scene is done totally in close-up, the setting completely out of the frame.

- Characters are never named, settings are never made clear.

- The film is almost entirely dialogue-driven, with little action, background information is non-existent.

Non ci sono che primi piani in questo film. A volte primissimi piani (extreme close ups).

La camera si sposta dal viso di un attore al viso di un altro attore o si sofferma sulle mani degli attori, su particolari del corpo.

Giorgio Viali

 

 

 

   

Home Page    |   Biografia    |    Progetti-Casting   |  Immagini_Attrici    |    Mail